La falsa democrazia di Israele

 


Le ultime farneticazioni di Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale israeliano, non sono soltanto parole scomposte pronunciate da un esponente dell’estrema destra. Sono il sintomo di una deriva politica molto più profonda. Quando un ministro di governo arriva a dire che “tutto il Libano deve bruciare” e che, per ogni madre israeliana che piange, dovrebbero piangere mille madri libanesi, il problema non è più soltanto la brutalità verbale di un singolo uomo politico. Il problema è l’idea che uno Stato possa trasformare un conflitto armato contro una forza militare nemica in una minaccia rivolta a un intero Paese, alla sua popolazione, alle sue città, alle sue infrastrutture, alla sua esistenza collettiva.

Queste parole sono farneticanti perché cancellano ogni distinzione tra Hezbollah, lo Stato libanese e la popolazione civile libanese. Sono farneticanti perché sostituiscono il diritto alla difesa con la logica della punizione collettiva. Sono farneticanti perché rivelano, con una chiarezza persino involontaria, il nucleo più inquietante della politica israeliana degli ultimi decenni: la convinzione che la sicurezza di Israele possa essere garantita non attraverso il rispetto del diritto internazionale, ma attraverso una superiorità militare permanente, esercitata anche su territori altrui e spesso giustificata con la formula onnivora della lotta al terrorismo.

Per comprendere il punto, bisogna uscire dalla cronaca delle ultime ore e tornare alla storia. Hezbollah non nasce nel vuoto, né nasce come un corpo estraneo precipitato improvvisamente nel Libano per volontà iraniana. L’influenza iraniana esiste, è forte, è strutturale, e nessuna analisi seria può ignorarla. Ma è altrettanto impossibile ignorare che Hezbollah emerge nel contesto dell’invasione israeliana del Libano del 1982 e della successiva occupazione del sud del Paese. Britannica ricorda che Hezbollah nacque come milizia sciita dopo l’invasione israeliana del Libano del 1982, e che una delle sue finalità originarie era cacciare le truppe israeliane dal territorio libanese.

Il precedente era già stato scritto nel 1978, con l’operazione Litani, quando Israele invase il Libano meridionale. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottò allora la risoluzione 425, chiedendo a Israele di cessare immediatamente le operazioni militari contro l’integrità territoriale libanese e di ritirare le proprie forze dal territorio del Libano; nello stesso quadro venne istituita UNIFIL, con il compito di confermare il ritiro israeliano, ristabilire la pace e aiutare il governo libanese a riprendere il controllo dell’area. 

Nel 1982 Israele tornò in Libano con una invasione molto più ampia, arrivando fino a Beirut. L’obiettivo dichiarato era colpire l’OLP e allontanare la minaccia palestinese dal confine settentrionale israeliano. Ma quella guerra produsse qualcosa di più duraturo: una lunga occupazione del sud del Libano, la nascita di una fascia di sicurezza controllata da Israele e dal suo alleato locale, l’Esercito del Libano del Sud, e il progressivo radicamento di una resistenza sciita armata che avrebbe trovato in Hezbollah la sua espressione più efficace. Dal 1985 al 2000 Israele mantenne infatti una “security zone” nel Libano meridionale; proprio in quel quadro Hezbollah costruì la propria legittimazione politica e militare come movimento di resistenza contro l’occupazione. 

Con il tempo poi, Hezbollah si è trasformato. Oggi  non è più soltanto una resistenza nazionale. È anche una milizia confessionale, un partito politico, una rete sociale, uno strumento della proiezione regionale iraniana, una struttura armata autonoma rispetto allo Stato libanese, capace di decidere la guerra e la pace al di fuori di un pieno controllo istituzionale libanese. Il suo manifesto del 1985, il suo legame con Teheran, la sua partecipazione ai conflitti regionali e l’ambiguità del suo ruolo interno al Libano rendono impossibile ridurlo a una semplice forza patriottica di liberazione. 

Ma l’errore opposto, compiuto sistematicamente da Israele e da una parte dell’Occidente, è ancora più grave sul piano politico: definire Hezbollah solo come “terrorismo” e cancellare la storia dell’occupazione che ne ha favorito la nascita. In questo modo si elimina la causa politica e territoriale del conflitto e si conserva solo l’etichetta morale. Hezbollah diventa “il male”, Israele diventa “la democrazia che si difende”, e ogni attacco israeliano, anche quando colpisce civili, quartieri, infrastrutture o strutture sanitarie, viene ricondotto alla stessa formula: c’erano terroristi, c’erano armi, c’erano miliziani nascosti.

Ma questa formula non può bastare. Nel diritto internazionale umanitario, che pure viene continuamente evocato a parole, non è sufficiente dichiarare che un luogo civile sarebbe usato dal nemico per trasformarlo automaticamente in un bersaglio legittimo. Gli ospedali e le unità mediche godono di una protezione rafforzata; possono perdere tale protezione solo in condizioni specifiche, se utilizzati per atti dannosi al nemico al di fuori della loro funzione umanitaria, e comunque nel rispetto di precauzioni, proporzionalità e avvertimenti effettivi. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ricorda che le parti devono sempre distinguere tra civili e combattenti e che gli attacchi possono essere diretti solo contro combattenti e obiettivi militari; le strutture sanitarie devono essere rispettate e protette. 

Qui emerge la contraddizione più profonda della narrazione israeliana. Israele viene abitualmente presentato come “l’unica democrazia del Medio Oriente”. In parte, sul piano interno, questa definizione poggia su elementi reali: elezioni, pluralismo partitico, stampa viva, magistratura, conflitto politico aperto. Ma una democrazia non si misura soltanto da ciò che garantisce ai propri cittadini riconosciuti come parte piena della comunità politica. Si misura anche da ciò che fa ai popoli sottoposti al suo controllo militare, amministrativo e territoriale.

Da questo punto di vista, la presunta democraticità dello Stato israeliano diventa molto più problematica. Dal 1967 Israele esercita un controllo diretto o indiretto sui territori palestinesi occupati: Cisgiordania, Gerusalemme Est e, secondo larga parte del diritto internazionale e della giurisprudenza internazionale, anche Gaza nella misura in cui il controllo effettivo israeliano su confini, spazio aereo, acque, popolazione e sicurezza resta determinante. OCHA descrive il territorio palestinese occupato come attraversato da una crisi politica e di protezione derivante da oltre cinquantasei anni di occupazione militare israeliana, dal blocco di Gaza e da ripetute escalation armate. 

Nel luglio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha compiuto un passaggio storico, affermando che la presenza continuata di Israele nel territorio palestinese occupato è illegale e che Israele deve porre fine all’occupazione, cessare le nuove attività di insediamento ed evacuare i coloni dagli insediamenti esistenti. La stessa opinione consultiva ha richiamato la separazione giuridica e fisica tra palestinesi e coloni israeliani nei territori occupati. 

Questo è il punto decisivo. Una democrazia che mantiene per decenni milioni di persone sotto occupazione, senza cittadinanza, senza piena sovranità, senza uguaglianza giuridica, con regimi legali differenti per coloni e popolazione occupata, può continuare a definirsi democrazia in senso formale per i propri cittadini, ma non può più pretendere di essere considerata una democrazia liberale coerente con i principi universali che invoca. È una democrazia per alcuni e una potenza occupante per altri. È uno Stato di diritto entro un perimetro e un sistema di dominio militare oltre quel perimetro.

Il caso degli insediamenti in Cisgiordania rende questa contraddizione evidente. I coloni israeliani vivono in territorio occupato beneficiando della protezione dello Stato israeliano, di infrastrutture dedicate, di una proiezione amministrativa e militare che frammenta il territorio palestinese e rende sempre più impraticabile la nascita di uno Stato palestinese sovrano e continuo. Negli ultimi giorni, perfino decisioni israeliane su Hebron e sui poteri di pianificazione in aree sensibili della Cisgiordania sono state lette da osservatori e leader palestinesi come passi verso un’ulteriore annessione di fatto.

Lo stesso discorso vale per le alture del Golan. Israele le occupò nel 1967, le annesse unilateralmente nel 1981 e il Consiglio di Sicurezza, con la risoluzione 497, dichiarò quella annessione nulla e priva di effetti giuridici internazionali. L’Unione europea continua a non riconoscere la sovranità israeliana sul Golan occupato, richiamando espressamente le risoluzioni 242 e 497. 

E vale, ancora una volta, per il Libano meridionale. Israele si è ritirato dal sud del Libano nel 2000, dopo ventidue anni di presenza militare, e il Consiglio di Sicurezza prese atto della conclusione del ritiro secondo la linea identificata dalle Nazioni Unite. Ma il confine libanese-israeliano non è mai diventato uno spazio di pace stabile. La risoluzione 1701 del 2006, adottata dopo la guerra tra Israele e Hezbollah, chiedeva la cessazione delle ostilità, la fine degli attacchi di Hezbollah, la cessazione delle operazioni offensive israeliane e il ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale in parallelo al dispiegamento dell’esercito libanese e di UNIFIL. 

Oggi, però, il Libano meridionale è nuovamente al centro di una logica di occupazione, controllo, zone cuscinetto e bombardamenti. Fonti giornalistiche internazionali hanno riferito nel 2026 di nuove aree di controllo militare israeliano nel sud del Libano, di mappe israeliane che estendono la presenza oltre precedenti zone cuscinetto e di un rifiuto israeliano di ritirarsi finché Hezbollah non sarà disarmato. 

Si ripete così lo schema storico: Israele invoca la sicurezza; occupa o controlla territori altrui; genera resistenza armata; definisce quella resistenza esclusivamente come terrorismo; usa il terrorismo come giustificazione per permanere nel territorio; e poi presenta la propria permanenza come necessaria perché esiste una minaccia. È un circuito chiuso, nel quale l’occupazione produce la resistenza e la resistenza viene usata per perpetuare l’occupazione.

Naturalmente, questo non trasforma automaticamente ogni azione di Hezbollah in un atto legittimo. Se Hezbollah colpisce civili israeliani, se usa armi indiscriminate contro centri abitati, può e deve essere criticato e condannato. Ma se Hezbollah colpisce soldati israeliani in territorio libanese, mezzi militari, postazioni, basi o forze di occupazione, la qualificazione automatica come “terrorismo” diventa una distorsione politica. Nel diritto dei conflitti armati, ciò che conta è anche la natura dell’obiettivo colpito, non soltanto l’identità del soggetto che colpisce.

Ed è qui che il doppio standard diventa insostenibile. Hezbollah viene condannato come terrorismo anche quando agisce contro obiettivi militari; Israele viene descritto come democrazia anche quando colpisce obiettivi civili, ospedali, quartieri densamente popolati o infrastrutture essenziali, giustificandosi con l’argomento che vi fossero miliziani nascosti. La parola “terrorismo” diventa allora una categoria politica più che giuridica: serve a togliere legittimità al nemico prima ancora di valutare il singolo atto. La parola “democrazia”, al contrario, diventa uno scudo reputazionale: serve a preservare la legittimità dell’alleato anche quando quell’alleato agisce come potenza occupante.

La questione non è negare a Israele il diritto alla sicurezza. Ogni Stato ha diritto a proteggere i propri cittadini dagli attacchi armati. La questione è che questo diritto non autorizza l’occupazione permanente, l’annessione di territori, la colonizzazione, la punizione collettiva, la guerra preventiva contro l'Iran, la distruzione di infrastrutture civili o l’uso sistematico della forza come strumento di governo dei popoli sottoposti a controllo militare.

Ben-Gvir, in questo senso, non è un incidente linguistico. È la voce sguaiata di una logica più antica. Dice apertamente ciò che spesso viene mascherato con il linguaggio burocratico della sicurezza: non colpire soltanto il combattente, ma piegare l’ambiente umano che lo circonda; non distinguere tra milizia e popolazione, ma rendere il territorio intero ostaggio della deterrenza; non cercare una soluzione politica, ma trasformare la superiorità militare in ordine permanente.

Il risultato è disastroso per tutti. È disastroso per i libanesi, che si ritrovano ancora una volta sospesi tra una milizia armata autonoma e la potenza di fuoco israeliana. È disastroso per i palestinesi, che continuano a vivere sotto una occupazione divenuta ormai struttura permanente. È disastroso per gli israeliani stessi, perché uno Stato che fonda la propria sicurezza sull’occupazione e sulla forza illimitata finisce per vivere in una guerra senza fine. Ed è disastroso per il diritto internazionale, perché ogni volta che si applicano due pesi e due misure, quel diritto perde autorità proprio agli occhi dei popoli ai quali si pretende di imporlo.

Per questo le parole di Ben-Gvir vanno respinte senza ambiguità. Non perché Israele non abbia nemici reali. Li ha. Non perché Hezbollah non abbia le sue colpe. Le ha. Ma perché nessuna democrazia autentica può permettere che un suo ministro invochi l’incendio di un intero Paese. E perché uno Stato che occupa, annette, colonizza e bombarda territori altrui non può continuare a rifugiarsi indefinitamente dietro l’etichetta rassicurante di “democrazia”, come se quella parola bastasse a cancellare la realtà materiale del dominio esercitato su palestinesi, libanesi e siriani del Golan.

Una democrazia che diventa potenza occupante resta forse democrazia per i propri cittadini, ma cessa di esserlo per coloro che governa senza rappresentanza, controlla senza consenso e colpisce senza responsabilità. Così come dovrebbe cessare di esserlo anche per la comunità internazionale. Ed è proprio questa frattura, più di ogni dichiarazione propagandistica, a spiegare perché il conflitto non si chiuda mai: perché la sicurezza di uno Stato continua a essere cercata attraverso l’insicurezza permanente di altri popoli.




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