Nelle ultime settimane la tensione tra Pakistan e Afghanistan governato dai Talebani si è trasformata in uno dei conflitti più pericolosi e meno raccontati dell’Asia meridionale. L’escalation è iniziata alla fine di febbraio 2026, quando il Pakistan ha lanciato diversi raid aerei oltre confine sostenendo di voler colpire basi del Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), il gruppo armato che da anni conduce attentati contro lo Stato pakistano e che Islamabad accusa di trovare rifugio in territorio afghano. Il governo talebano di Kabul ha respinto queste accuse e ha denunciato che gli attacchi hanno colpito villaggi, abitazioni e infrastrutture civili, definendoli una violazione della sovranità afghana. Da quel momento gli scontri sono rapidamente degenerati in una serie di bombardamenti, scambi di artiglieria e operazioni con droni lungo gran parte della linea di confine tra i due Paesi, soprattutto nelle province afghane di Khost, Paktika e Nangarhar e nelle aree tribali pakistane del Khyber Pakhtunkhwa.

Secondo le informazioni diffuse da agenzie internazionali, autorità locali e organizzazioni umanitarie, il bilancio umano dell’escalation è già significativo. Le stime più prudenti parlano finora di circa 150-200 morti complessivi, tra combattenti, militari e civili. Di questi, almeno 60-80 sarebbero civili afghani, molti dei quali uccisi nei bombardamenti aerei pakistani che hanno colpito abitazioni e villaggi vicino al confine. Anche sul lato pakistano si registrano vittime civili, soprattutto a causa di attacchi con razzi o droni e di attentati attribuiti al TTP, con una ventina di morti tra la popolazione. I feriti sono molti di più: fonti mediche locali e organizzazioni internazionali parlano di oltre 300-350 feriti, spesso in condizioni gravi, con ospedali di frontiera messi sotto forte pressione.
Il conflitto ha provocato anche una nuova emergenza umanitaria nelle regioni di confine. I combattimenti, i bombardamenti e il timore di nuove operazioni militari hanno costretto migliaia di persone a lasciare le proprie case. Le stime diffuse da autorità locali, ONU e ONG parlano attualmente di almeno 20.000-30.000 civili sfollati, la maggior parte nei distretti afghani vicini alla frontiera e nelle aree tribali pakistane. Molti di loro si sono rifugiati in villaggi più interni o in campi improvvisati, spesso con accesso limitato a servizi sanitari, acqua potabile e aiuti alimentari.
Alla base dello scontro resta il nodo irrisolto del TTP e della sicurezza lungo la Durand Line, il confine di oltre 2.600 chilometri tra Afghanistan e Pakistan, storicamente contestato e difficilmente controllabile. Islamabad sostiene che i militanti pakistani utilizzino il territorio afghano come retrovia per organizzare attacchi, mentre i Talebani negano di offrire protezione al gruppo e accusano il Pakistan di usare la questione come pretesto per interventi militari oltre confine. In questo clima di accuse reciproche e di crescente militarizzazione della frontiera, diversi attori regionali – tra cui la Cina – stanno cercando di promuovere un dialogo per evitare un conflitto più ampio. Tuttavia la situazione resta estremamente fragile: gli scontri non sono del tutto cessati e molti osservatori temono che un nuovo attacco o un attentato particolarmente grave possa far precipitare di nuovo la crisi, con conseguenze potenzialmente molto più gravi per l’intera regione.

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