La guerra sottomarina : la storia si ripete

 



L’affondamento della fregata iraniana IRIS Dena da parte di un sottomarino della U.S.Navy nelle acque internazionali dell’Oceano Indiano costituisce uno degli episodi più inquietanti della guerra navale contemporanea. La conferma ufficiale dell’attacco da parte sia di Washington sia di Teheran rende impossibile relegare l’evento nel campo delle accuse propagandistiche o delle ricostruzioni contrastanti: una nave da guerra di uno Stato sovrano è stata individuata, colpita con un siluro e affondata in alto mare, con decine di marinai morti o dispersi. Un fatto del genere non accadeva, per mano americana, dalla seconda guerra mondiale, e proprio questo dato storico conferisce all’episodio un peso politico e morale che va ben oltre la pur grave dimensione militare.

Dal punto di vista strettamente strategico, l’operazione dimostra l’enorme superiorità tecnologica e operativa della flotta subacquea statunitense. Un sottomarino nucleare è stato in grado di individuare, seguire e colpire una fregata moderna della marina iraniana a grande distanza dalle principali zone di tensione del Medio Oriente. Tuttavia la dimostrazione di forza militare non esaurisce la questione. L’unità iraniana si trovava infatti in acque internazionali dell’Oceano Indiano, una delle aree più importanti per la navigazione commerciale mondiale, lungo rotte attraversate ogni giorno da petroliere, portacontainer e navi militari di decine di Paesi. Trasformare queste acque in teatro di guerra significa aprire un precedente estremamente pericoloso, perché introduce l’idea che anche regioni marittime lontane dai fronti principali possano diventare improvvisamente luoghi di scontro armato tra grandi potenze navali.

Il problema giuridico è ancora più delicato. Nel diritto internazionale della guerra navale le navi militari sono certamente obiettivi legittimi durante un conflitto armato, e nessun giurista serio potrebbe sostenere che una fregata sia equiparabile a una nave civile. Tuttavia la legittimità di un attacco non dipende solo dalla natura dell’obiettivo ma anche dal contesto, dalla necessità militare e dalla proporzionalità dell’azione. Se una nave viene colpita mentre rappresenta una minaccia concreta o partecipa a operazioni ostili, l’uso della forza può essere giustificato. Ma quando un’unità viene distrutta in acque internazionali lontano da un combattimento immediato, diventa inevitabile chiedersi se l’azione fosse davvero necessaria o se rappresenti piuttosto una scelta di escalation militare.

Ancora più controversa è la questione dei soccorsi ai naufraghi. Il diritto del mare, codificato nella United Nations Convention on the law of the Sea e ribadito da numerose convenzioni marittime internazionali, stabilisce un principio elementare: chiunque si trovi in mare ha il dovere di prestare assistenza alle persone in pericolo, nella misura in cui ciò non metta in grave rischio la nave o l’equipaggio. Questa norma non è soltanto una regola giuridica moderna; è una delle più antiche tradizioni della civiltà marittima. Per secoli i marinai hanno saputo che, al di là delle bandiere e delle guerre, il mare impone una solidarietà minima tra esseri umani che affrontano lo stesso pericolo. Se dopo l’affondamento di una nave i sopravvissuti vengono lasciati alla deriva e i soccorsi arrivano soltanto da altre autorità o da navi di passaggio, è inevitabile che sorgano interrogativi seri sul rispetto di questo principio fondamentale.

La storia della guerra navale offre purtroppo precedenti inquietanti. Durante la II Guerra Mondiale i sommergibili della Kriegsmarine i famosi U-Boat , pattugliavano le rotte dell’Atlantico e talvolta le coste africane con l’ordine di colpire il traffico navale nemico. In molti casi le navi silurate affondavano lasciando centinaia di uomini in acqua, e i sommergibili, per ragioni operative o per ordini ricevuti, non intervenivano a salvare i superstiti. Uno degli episodi più discussi fu quello della nave britannica RMS Laconia il cui affondamento portò l’ammiraglio Karl Donitz a emanare il famoso “ordine Laconia”, che proibiva ai comandanti degli U-boat di tentare operazioni di salvataggio. Quel momento segnò una delle fasi più dure e spietate della guerra sottomarina, e dopo il conflitto contribuì alla riflessione giuridica internazionale sulla necessità di imporre limiti umanitari anche alla guerra sul mare.

È inevitabile che l’episodio della fregata iraniana evochi quella memoria storica. Non perché le circostanze siano identiche, ma perché ripropone una domanda che il mondo credeva in gran parte superata: fino a che punto la guerra navale può ignorare la sorte degli uomini che restano vivi dopo l’affondamento di una nave? Quando un equipaggio si trova in acqua tra relitti e zattere di salvataggio, quei marinai non sono più combattenti nel senso pieno del termine; sono esseri umani che cercano semplicemente di sopravvivere. Lasciarli senza soccorso significa spostare la guerra dal piano militare a quello della pura sopravvivenza fisica.

In un’epoca in cui le grandi potenze possiedono tecnologie navali sofisticate e capacità di sorveglianza globale, il ritorno a immagini che ricordano la guerra sottomarina del Novecento rappresenta un segnale profondamente inquietante. Il rischio non è soltanto quello di un’escalation tra Stati Uniti e Iran, ma anche quello di una progressiva erosione delle norme che, negli ultimi decenni, hanno cercato di rendere la guerra meno brutale almeno nei suoi aspetti più elementari. Il mare è sempre stato uno spazio di conflitto, ma è anche uno degli ultimi luoghi dove sopravviveva un codice non scritto di umanità tra marinai. Se anche questo principio dovesse indebolirsi, l’affondamento della Dena non sarebbe ricordato soltanto come un episodio militare, ma come il segnale di un ritorno a una fase più dura e meno regolata della guerra sul mare.


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