La visione paranoica statunitense di guida del mondo.

 




Dalla fine della II Guerra Mondiale nel 1945, il sistema internazionale è stato profondamente influenzato dalle scelte militari delle principali potenze globali. Tra queste, in primis , gli  Stati Uniti e poi anche Russia (prima come Unione Sovietica) e Cina hanno fatto ricorso alla forza militare in diversi momenti della storia contemporanea. Tuttavia, l’ampiezza geografica, la frequenza e la logica strategica degli interventi militari di queste tre potenze mostrano differenze significative che riflettono visioni differenti dell’ordine internazionale. Nel caso sovietico e poi russo, l’uso della forza è stato spesso legato alla difesa o al mantenimento dell’influenza in regioni considerate vitali per la sicurezza nazionale. Un esempio emblematico è l’intervento dell’Unione Sovietica in Afghanistan tra il 1979 e il 1989, quando Mosca decise di sostenere un governo comunista alleato minacciato da una crescente insurrezione. Il conflitto si trasformò in una lunga guerra contro i mujaheddin sostenuti da vari paesi stranieri e si concluse con il ritiro sovietico dopo quasi dieci anni di combattimenti e circa un milione di morti complessivi. Dopo la dissoluzione dell’URSS nel 1991, la Russia ha continuato a usare la forza soprattutto nello spazio post-sovietico. Le due guerre combattute in Cecenia tra il 1994 e il 2009 nacquero dal tentativo della regione di ottenere l’indipendenza dalla Federazione russa; il conflitto causò decine di migliaia di vittime e terminò con il ristabilimento del controllo di Mosca. Nel 2008 la Russia entrò in guerra con la Georgia per il controllo delle regioni separatiste di Ossezia del sud e Abkhazia ottenendo una rapida vittoria militare. Più recentemente il confronto con l’Ucraina iniziato nel 2014 con l’annessione della Crimea e culminato nell’invasione su larga scala del 2022, è diventato uno dei conflitti più grandi in Europa dalla metà del XX secolo, con centinaia di migliaia di vittime e una guerra ancora in corso. Anche la Cina ha fatto ricorso alla forza militare nel dopoguerra, ma in maniera molto più limitata e quasi sempre in contesti regionali. Il caso più importante è il suo intervento nella Guerra di Corea tra il 1950 e il 1953, quando le truppe cinesi entrarono nel conflitto a sostegno della Corea del Nord per impedire che le forze dell’ONU guidate dagli Stati Uniti raggiungessero il confine cinese; la guerra si concluse con un armistizio e provocò circa tre milioni di morti. Nel 1962 la Cina combatté una breve guerra con l’India lungo il confine himalayano, ottenendo una rapida vittoria militare dopo poche settimane di combattimenti e alcune migliaia di vittime. Nel 1979 Pechino attaccò il Vietnam in risposta all’invasione vietnamita della Cambogia e al rovesciamento dei Khmer Rossi, alleati della Cina; la guerra durò circa un mese e causò decine di migliaia di morti, con un esito militare ambiguo. Nel complesso, dunque, mentre Russia e Cina hanno combattuto nel dopoguerra un numero relativamente limitato di guerre concentrate soprattutto in aree geografiche vicine o direttamente collegate ai propri interessi territoriali, gli Stati Uniti hanno sviluppato un modello di intervento molto più ampio e globale. Le guerre combattute da Washington dopo il 1945 – dalla Corea al Vietnam, dalla guerra del Golfo ai conflitti in Afghanistan e in Iraq, fino alla guerra contro la Repubblica Islamica dell’Iran – si sono svolte in Asia orientale, Medio Oriente, Asia centrale ed Europa, spesso a grande distanza dal territorio statunitense. Questo comportamento riflette non soltanto la capacità militare globale degli Stati Uniti, ma anche una visione strategica dell’ordine internazionale in cui Washington si considera il principale garante della sicurezza mondiale e il centro politico di un sistema internazionale costruito attorno alla propria leadership. In questa prospettiva, gli interventi militari statunitensi del dopoguerra possono essere interpretati come l’espressione di una concezione fortemente egemonica – e da molti definita imperialistica – della politica internazionale, fondata sull’idea di un mondo unipolare nel quale gli Stati Uniti assumono il ruolo di potenza predominante incaricata di modellare gli equilibri globali secondo i propri interessi e la propria visione dell’ordine mondiale. In parte questa visione è stata anche sostenuta da una dimensione culturale e religiosa profondamente radicata nella storia politica americana, spesso collegata all’idea del cosiddetto Manifesty Destiny e alla convinzione di una missione storica degli Stati Uniti nel mondo: secondo tale prospettiva, diffusa in vari ambienti politici e religiosi, il ruolo guida del paese negli affari globali sarebbe non solo legittimo ma persino provvidenziale, e per alcuni interpreti e credenti deriverebbe in ultima analisi da un incarico affidato direttamente da Dio.


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