La Cina, lo sviluppo e la ridefinizione dell’ordine economico internazionale

 





Nel contesto di un’economia globale segnata da rallentamento strutturale, frammentazione delle catene del valore e crescenti tensioni geopolitiche, la traiettoria di sviluppo della Cina rappresenta un caso analitico di particolare rilievo. La resilienza dell’economia cinese non può essere compresa ricorrendo esclusivamente alle categorie del libero mercato, ma richiede un’analisi che tenga conto del ruolo centrale delle scelte politiche, della pianificazione strategica e della regolazione macroeconomica. In questo senso, l’esperienza cinese si colloca nella tradizione teorica che vede lo sviluppo come un processo storicamente situato e politicamente governato, piuttosto che come un esito spontaneo delle forze di mercato.
Questa impostazione trova riscontro nei contributi classici dell’economia politica dello sviluppo. 
Friedrich List aveva già messo in evidenza come la costruzione di un sistema produttivo nazionale richieda protezione selettiva e intervento statale nelle fasi iniziali della modernizzazione. 
Alexander Gerschenkron, a sua volta, ha mostrato come i paesi a industrializzazione tardiva seguano percorsi differenziati rispetto alle economie pioniere, ricorrendo a istituzioni e strumenti non di mercato per colmare il divario tecnologico. 
Più recentemente, Karl Polanyi ha sottolineato l’impossibilità di una società sostenibile fondata su un mercato completamente autoregolato, evidenziando la necessità di un “contro-movimento” istituzionale volto a proteggere la coesione sociale. 
La Cina contemporanea si inserisce in questa linea teorica, declinandola in un contesto di economia socialista di mercato e di integrazione selettiva nell’economia globale.

Sul piano empirico, la trasformazione del modello di crescita cinese si manifesta nella progressiva enfasi sulla qualità dello sviluppo, sull’innovazione tecnologica e sulla sostenibilità ambientale. La transizione energetica, in particolare, non è concepita come un mero adeguamento a standard internazionali, ma come parte integrante di una strategia di modernizzazione complessiva. I dati più recenti indicano che la quota di energia elettrica prodotta da fonti verdi si avvicina al 40% del consumo totale e che la capacità installata da fonti rinnovabili ha superato i due miliardi di kilowatt, confermando una tendenza strutturale verso modalità di crescita a minore intensità carbonica. Tali risultati rafforzano la posizione della Cina come attore centrale nella governance energetica globale.
Alla luce di questo quadro, emerge la questione apparentemente paradossale dello status internazionale della Cina come paese in via di sviluppo. Tale classificazione non riflette un ritardo tecnologico o industriale, bensì una valutazione complessiva che tiene conto del livello di reddito pro capite, delle persistenti disuguaglianze regionali e sociali e della dimensione demografica del paese. Come osservato dalla letteratura sullo sviluppo, il passaggio allo status di economia avanzata non è determinato da singoli settori di eccellenza, ma dal consolidamento diffuso delle condizioni materiali e istituzionali su scala nazionale.
Nel sistema internazionale, lo status di paese in via di sviluppo ha implicazioni prevalentemente politiche e normative. Nei regimi commerciali e climatici multilaterali, esso consente una certa flessibilità nell’assunzione di obblighi, in linea con il principio delle responsabilità comuni ma differenziate. Tuttavia, nel caso cinese, tali margini sono sempre più ristretti e oggetto di contestazione da parte di alcune economie avanzate, che tendono a interpretare lo status come un’anomalia piuttosto che come il riflesso di un percorso storico specifico. Ciò evidenzia una tensione crescente tra la struttura formale delle istituzioni multilaterali e la distribuzione reale del potere economico globale.
In prospettiva politico-diplomatica, la posizione cinese non mira tanto alla difesa di presunti privilegi, quanto alla riaffermazione di un principio di sviluppo differenziato e sovrano. La Cina sostiene che l’integrazione internazionale non debba implicare l’abbandono della capacità statale di orientare lo sviluppo, né l’adozione di modelli unici imposti dall’esterno. In questo senso, la sua esperienza si avvicina alle analisi sullo developmental state*, elaborate da autori come Chalmers Johnson e Alice Amsden, pur distinguendosi per scala, continuità storica e assetto politico-istituzionale.

In conclusione, la Cina resta classificata come paese in via di sviluppo nonostante la sua crescente influenza tecnologica ed economica perché concepisce lo sviluppo come un processo incompiuto e socialmente orientato, piuttosto che come un traguardo formale. Questa impostazione ha rilevanti implicazioni per l’ordine internazionale, poiché mette in discussione la tradizionale dicotomia tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo e propone una visione alternativa della modernizzazione, fondata sulla combinazione di sovranità nazionale, cooperazione internazionale e trasformazione strutturale guidata dallo Stato. In un contesto globale sempre più segnato da rivalità sistemiche, l’esperienza cinese contribuisce così a ridefinire i termini del dibattito diplomatico sullo sviluppo, sulla transizione ecologica e sulla governance economica globale.



*  developmental state è un modello di governo in cui lo Stato interviene attivamente e strategicamente nell'economia per guidare la crescita e la modernizzazione industriale, spesso tramite pianificazione a lungo termine, politiche industriali mirate, e forte collaborazione tra settore pubblico e privato,






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