L'Europa sull'uso degli asset russi: Meloni frena.

 




In questi ultimi mesi il dibattito politico e finanziario all’interno dell’Unione europea si è concentrato su una delle questioni più spinose dall’inizio della guerra in Ucraina: cosa fare degli asset russi congelati in territorio europeo in seguito alle sanzioni imposte dopo l'avvio della guerra del 2022 e per anni lasciati fermi nei depositi bancari e nelle casse degli istituti di deposito come Euroclear a Bruxelles, dove sono custoditi oltre 180 miliardi di euro appartenenti alla Banca centrale russa. L’idea avanzata dalla Commissione europea, sostenuta da alcune capitali e da Bruxelles, è di sfruttare questa ingente massa di risorse non confiscate ma bloccate per creare una base finanziaria di riferimento da cui emettere un prestito di riparazione (“reparations loan”) che potrebbe fornire all’Ucraina fino a decine di miliardi di euro in immediata liquidità e aiutare Kiev a coprire spese militari e civili nel biennio 2026-2027, rimandando il rimborso a un futuro regime di compensazioni legali a carico della Russia per i danni causati dalla guerra. Tuttavia, questa proposta che a prima vista può sembrare un modo creativo di far pagare alla Russia il costo del suo intervento militare,  è diventata uno degli argomenti più controversi dell’agenda europea proprio perché pone questioni di natura economica, giuridica e politica di enorme portata, e proprio per questo la posizione dell’Italia guidata da Giorgia Meloni si è distinta per una marcata cautela e diffidenza rispetto alla strada tracciata da Bruxelles. La Premier  italiana ha infatti ribadito più volte, anche alla vigilia di importanti vertici europei, che utilizzare i beni russi congelati per finanziare direttamente l’Ucraina “non è facile” e richiede un solido quadro giuridico per evitare di creare passività future per gli Stati membri o compromettere i bilanci nazionali; secondo la Meloni, l’Italia, pur fermamente convinta della necessità di mantenere la pressione su Mosca e di sostenere Kiev, non può accettare soluzioni che espongano Roma a rischi finanziari o legali non pienamente valutati e mutualizzati con gli altri partner europei, perché senza adeguate garanzie ciò potrebbe tradursi in oneri significativi per i contribuenti italiani e lasciar spazio ad azioni giudiziarie che ricadrebbero in ultima istanza sulle casse dei paesi membri.
Questa prudenza italiana trova eco in altri paesi come Belgio, Malta e Bulgaria che, pur condividendo l’obiettivo di sostenere l’Ucraina, hanno sollevato dubbi concreti sulla proposta della Commissione Europea proprio per i rischi legali e finanziari che essa comporta. Il Belgio in particolare, custode della maggior parte degli asset russi attraverso Euroclear, ha sottolineato che accettare piani basati sul congelamento degli asset senza adeguate protezioni potrebbe esporre il paese a responsabilità legali e richieste di risarcimento se Mosca dovesse vincere cause in sedi straniere o cercare di far valere le sentenze in giurisdizioni amiche, e per questo ha chiesto garanzie di mutualizzazione dei rischi tra gli Stati membri piuttosto che lasciare il peso su una singola economia nazionale. Le preoccupazioni sul piano tecnico-finanziario non sono di poco conto: l’agenzia di rating Fitch ha messo Euroclear Bank stesso su “rating watch negative” evidenziando come l’uso di questi fondi come base per un prestito possa creare disequilibrio nei bilanci, problemi di liquidità e vulnerabilità nei confronti di contenziosi futuri, e ha chiesto maggiore chiarezza giuridica prima di confermare stabilmente il rating dell’istituto finanziario belga coinvolto.
Dal punto di vista giuridico la situazione si complica ulteriormente. La banca centrale russa ha apertamente definito illegali i piani europei per l’uso dei suoi asset congelati, sostenendo che qualsiasi impiego di tali risorse senza il suo consenso costituisce una violazione del diritto internazionale, inclusi i principi di immunità sovrana, e ha già avviato cause legali contro Euroclear in tribunali russi, rivendicando decine di miliardi di euro di danni e promettendo di impiegare tutti i mezzi giuridici disponibili per proteggere ciò che considera proprietà legittima della Russia. Il fatto che la Russia sia disposta a portare la questione davanti a diversi fori giudiziari internazionali e a tentare di far eseguire eventuali sentenze favorevoli nei paesi dove Euroclear o altri depositari europei hanno asset o operazioni aggiunge un ulteriore strato di rischio che molti governi europei — Italia inclusa — ritengono ancora insufficiente per dare il via libera a un progetto di questa portata, soprattutto in assenza di un quadro chiaro che eviti che gli Stati membri vengano chiamati a rispondere direttamente a richieste di risarcimento per decisioni prese a livello UE.
A complicare ancora di più il quadro c’è la dimensione politica interna europea. Mentre molti elettori in paesi come Germania, Polonia e Regno Unito mostrano sostegno all’idea di usare gli asset russi congelati come parte di un grande sforzo finanziario per sostenere l’Ucraina, l’opinione pubblica italiana è decisamente più divisa, con un sondaggio che mostra una netta spaccatura tra favorevoli e contrari proprio su questo tema, riflettendo forse la cautela dei leader politici romani e la percezione di rischi più immediati per l’economia nazionale.
Dal lato delle possibili contromosse della Russia, il Cremlino ha adottato una strategia di doppio binario perché oltre alle cause legali sta cercando di esercitare pressioni diplomatiche e politiche sostenendo che l’uso o anche solo il tentativo di utilizzo di questi asset costituisce un precedente pericoloso e un furto mascherato, minacciando ritorsioni economiche o normative e utilizzando ogni piattaforma internazionale per delegittimare l’iniziativa europea e frammentare il fronte occidentale. La prospettiva di controversie legali prolungate e l’eventualità di esecuzione di sentenze russe o di altri paesi favorevoli alla causa di Mosca aumentano l’incertezza e sono gli stessi elementi che hanno spinto riflessioni critiche tra esperti e governi su come questa strategia possa indebolire il ruolo dell’UE come centro finanziario stabile se percepita come incerta o pericolosa in termini di rispetto dei diritti di proprietà e del diritto internazionale.
Tutto ciò si riflette inevitabilmente anche negli sforzi diplomatici più ampi, compresi i negoziati di pace e gli approcci internazionali alla guerra in Ucraina, tra cui quelli emersi dagli Stati Uniti. Alcune proposte di pace a livello internazionale, incluse alcune versioni collegate a iniziative politiche statunitensi, suggeriscono di utilizzare parte dei beni russi congelati come elemento di leva per finanziare un processo di ricostruzione o incentivare Mosca a tornare al tavolo dei negoziati. Tuttavia, la forte cautela italiana e le divisioni dentro l’UE su come e se impiegare realmente questi asset complicano l’attuabilità di tali proposte poiché prive, al momento, di un consenso multilaterale solido e perché rischiano di trasformare quella che potrebbe essere vista come una leva negoziale in un campo di contenziosi legali e politici che distolgono l’attenzione dalla stessa ricerca di una pace durevole. In altre parole, se da un lato impiegare gli asset congelati potrebbe teoricamente “aumentare il costo” della guerra per la Russia e spingere Mosca verso concessioni, dall’altro l’incertezza legale, i rischi finanziari per gli Stati membri come l’Italia e il possibile isolamento di Bruxelles rispetto ad alcuni partner internazionali rendono il quadro estremamente complesso e incerto, tanto che alcuni osservatori internazionali sottolineano come questa partita finanziaria potrebbe finire per ostacolare piuttosto che facilitare una soluzione negoziata se non accompagnata da un robusto quadro giuridico e da un accordo transatlantico che tenga insieme interessi e rischi di tutti i protagonisti. Con la stagione delle decisioni europee che si avvicina rapidamente, la posizione italiana di prudenza e richiesta di un esame più approfondito delle conseguenze economiche e legali continua a pesare, indicando che la via verso un consenso europeo su questi temi è ancora lunga e costellata di difficoltà per la coesione interna dell’Unione e per il ruolo strategico che essa intende giocare nella definizione dell’ordine internazionale post-conflitto.

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