Gaza scompare dalle prime pagine: una rimozione mediaticamente comoda, ma moralmente insostenibile

 





È difficile ignorare la sensazione che in questi mesi si stia consumando una sorta di rimozione collettiva: Gaza, teatro di una delle più gravi crisi umanitarie del nostro tempo, è scivolata quasi fuori dalla coscienza pubblica, messa in sordina da un improvviso ritorno di centralità del conflitto in Ucraina e dalle manovre diplomatiche che lo circondano. Non è la prima volta che il sistema mediatico occidentale concentra le sue energie su un singolo tema, relegando gli altri a sottofondo, ma ciò che ora appare è qualcosa di diverso, qualcosa di più inquietante: una selezione volontaria del dolore da mostrare e di quello da nascondere, quasi che alcune tragedie fossero più presentabili, più “digeribili”, più funzionali alle linee politiche dominanti. E così, mentre gli editoriali si riempiono di analisi sulle tattiche di Mosca e Washington, mentre i dibattiti televisivi discutono di possibili nuovi equilibri in Europa orientale, la Striscia di Gaza resta incastrata in un silenzio pesante, crudele, come se la sofferenza potesse essere messa in pausa solo perché l’attenzione è altrove.
Eppure basta avvicinarsi, anche solo metaforicamente, a Gaza per capire quanto questo silenzio sia ingiustificabile e moralmente insostenibile. La tregua annunciata mesi fa, mediata dagli Stati Uniti e presentata come un passo verso una stabilità necessaria, è naufragata quasi subito nella realtà dei fatti. Sul terreno, quel cessate il fuoco è poco più di un concetto astratto: attacchi sporadici, violazioni continue, civili — spesso bambini — che continuano a morire o a riportare ferite devastanti. Non c’è una vera sicurezza, non c’è un orizzonte definito, non c’è un reale assestamento. Chi vive nella Striscia continua a convivere ogni giorno con l’incertezza, con il timore, con l’idea che la tregua sia solo una parentesi instabile che può crollare da un momento all’altro. Le testimonianze che arrivano descrivono un’atmosfera surreale, quasi sospesa: il cielo non rimbomba più come nei mesi peggiori, ma il rumore della guerra non è scomparso del tutto, e la paura è diventata una compagna fissa, discreta ma insopportabile.
Sul piano umanitario, non c’è neanche bisogno di ricorrere all’enfasi: la realtà è già drammatica oltre ogni limite immaginabile. Le organizzazioni internazionali — quelle che ancora riescono a operare, tra mille ostacoli — concordano nel dire che Gaza è entrata in una fase di carestia vera e propria. Fame, malnutrizione, mancanza di cure mediche, scarsità di acqua potabile: sono parole che nei comunicati ufficiali suonano tecniche, ma dietro ciascuna di esse ci sono volti, storie, famiglie intere che si trovano a lottare contro un destino che non hanno scelto. Immaginare bambini che arrivano negli ospedali — quando ancora ce n’è uno funzionante — disidratati, denutriti, senza accesso a cure basilari, sarebbe già straziante di per sé; sapere che accade davvero, in numeri sempre più grandi, rende la situazione quasi insopportabile da raccontare.
A tutto questo si aggiunge la devastazione fisica della Striscia. Interi quartieri sono stati cancellati, ridotti a cumuli di macerie che nascondono ancora corpi e ricordi. Le stime più accreditate parlano di oltre due terzi del tessuto urbano distrutto o gravemente compromesso. Non si tratta solo di case e strade: scuole rase al suolo, ospedali devastati, infrastrutture idriche ed elettriche inutilizzabili. Gaza non è semplicemente ferita: è stata smontata pezzo dopo pezzo. La ricostruzione sarà un’impresa titanica, e non perché manchino le tecnologie o le risorse globali per farla, ma perché manca la volontà politica internazionale di impegnarsi stabilmente, senza condizioni, senza ambiguità.
Ed è proprio qui che lo sguardo va spostato sulla geopolitica, perché la crisi di Gaza non è solo umanitaria: è profondamente politica, diplomatica, strategica. Gli Stati Uniti, pur avendo mediato la tregua, sembrano oggi concentrati su altri scenari, in particolare quello ucraino, dove lo scontro con la Russia ha un peso diretto nelle dinamiche euro-atlantiche. L’Europa appare divisa, indecisa, spesso timorosa di assumere posizioni troppo nette che possano creare tensioni con Washington o con i propri equilibri interni. I Paesi arabi che storicamente sostenevano la causa palestinese sono oggi impegnati in propri calcoli regionali: normalizzazioni, accordi economici, rivalità interne e interessi nazionali che rendono Gaza poco più di un dossier scomodo da gestire senza rotture. Israele, dal canto suo, mantiene una posizione di rigidità, sostanzialmente funzionale a una strategia che punta a ridisegnare in modo permanente la geografia e l’equilibrio demografico della Striscia.
In questo intreccio complesso, Gaza diventa una vittima duplice: da una parte della distruzione materiale, dall’altra dell’abbandono politico. Il calo di attenzione dei media non è casuale ma riflette questa dinamica. Parlare di Gaza significa aprire un vaso di Pandora di responsabilità internazionali, fallimenti diplomatici, scelte moralmente controverse, interessi di potenza. Ed è molto più semplice, per molti governi e per molti mezzi di comunicazione, concentrarsi su un conflitto — come quello ucraino — che permette una narrazione più coerente, più riconoscibile, più allineabile alle strategie geopolitiche occidentali.
Ma la sofferenza non si misura in termini di convenienza narrativa. A Gaza ci sono persone che vivono ogni giorno in condizioni che nessun essere umano dovrebbe mai sopportare; ci sono bambini che hanno visto più morte di quanta un adulto dovrebbe vedere in tutta una vita; ci sono famiglie che non hanno più una casa, un quartiere, un orizzonte. E tutto questo continua mentre il mondo guarda altrove, come se il dolore potesse essere archiviato per mancanza di spazio sulle prime pagine.



Raccontare Gaza, oggi, non è solo un dovere informativo. È un atto di giustizia. È un richiamo alla responsabilità collettiva. È un modo per ricordare che l’attenzione non è un bene da distribuire secondo logiche geopolitiche, ma un obbligo morale verso ogni popolazione che vive in condizioni disumane. E finché a Gaza si continuerà a morire per fame, per freddo, per mancanza di cure, o sotto attacchi che non dovrebbero più esistere, nessun silenzio, nessuna priorità mediatica alternativa, nessuna narrazione geopolitica potrà giustificare il fatto che il mondo distolga lo sguardo proprio adesso.

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