Sharm el-Sheikh e la resa dei conti della guerra di Gaza: due anni che hanno ridefinito la muqāwama

 


L’accordo mediato da Washington segna la fine di una fase, ma non ancora della guerra. Israele non ha raggiunto gli obiettivi dichiarati, e Hamas — de facto — emerge come interlocutore inevitabile. La muqāwama entra nella sua fase politica.

A due anni esatti dall’attacco del 7 ottobre 2023, che aprì la più lunga e devastante guerra israelo-palestinese del XXI secolo, Sharm el-Sheikh torna al centro della diplomazia mediorientale. L’accordo siglato nella località egiziana l’8–9 ottobre 2025, in esecuzione del cosiddetto piano Trump per la pace a Gaza, è più che una tregua: è una fotografia di realtà. Dopo ventiquattro mesi di conflitto, Israele non ha raggiunto gli obiettivi strategici che si era prefissato — la distruzione di Hamas, il completo disarmo della Striscia, la restituzione integrale degli ostaggi — e deve ora riconoscere, per necessità più che per scelta, che Hamas resta un soggetto imprescindibile per la fine della guerra e per qualsiasi soluzione politica.

Dalla guerra totale alla tregua parziale

Secondo le informazioni diffuse da fonti americane e israeliane, l’accordo di Sharm prevede una prima fase di cessate il fuoco, lo scambio di prigionieri e ostaggi, e un ritiro parziale delle truppe israeliane da alcune aree della Striscia di Gaza, sotto supervisione internazionale. È un’intesa che non risolve, ma congela, le principali questioni politiche: chi governerà Gaza? Quale ruolo per l’Autorità Palestinese? Che fine faranno le brigate di Hamas e il loro arsenale?Nessuna risposta definitiva, solo l’inizio di un percorso. Ma l’immagine è chiara: due anni di guerra non sono bastati a spezzare la resistenza armata e politica della Striscia. Nonostante la devastazione, la distruzione di interi quartieri, decine di migliaia di morti palestinesi e centinaia di migliaia di feriti, Hamas è ancora in grado di negoziare, di imporre condizioni, di ottenere la liberazione di prigionieri e di legittimarsi come interlocutore effettivo.

Il fallimento strategico di Israele

Quando nel 2023 il governo israeliano lanciò l’operazione per “smantellare Hamas e riportare la sicurezza nel sud di Israele”, la narrativa ufficiale puntava a una vittoria militare totale. Due anni dopo, i risultati raccontano altro. Hamas non è stato annientato; al contrario, si è riorganizzato in cellule mobili, ha mantenuto una catena di comando minima e, soprattutto, ha trasformato la resistenza in una battaglia politica e simbolica. 

Israele ha riconquistato terreno, ma non la pace. La pressione internazionale, il crollo del sostegno politico interno e il peso insostenibile del conflitto hanno costretto il governo a una tregua che — pur mediata da Washington e dal Cairo — rappresenta una sconfitta sul piano dell’immagine. È la constatazione, difficilmente smentibile, che la guerra totale non ha portato a risultati politici duraturi.

Hamas, da bersaglio a negoziatore

Parlare di “riconoscimento” di Hamas sarebbe improprio dal punto di vista giuridico e diplomatico. Nessuno degli attori occidentali firmatari dell’accordo lo considera un soggetto legittimo di governo. Tuttavia, de facto, Hamas è l’unico interlocutore in grado di garantire la cessazione del fuoco e la restituzione degli ostaggi ancora in mano alla resistenza palestinese. 

È la dinamica classica della muqāwama — il termine arabo che designa la “resistenza”, non solo in senso militare ma come paradigma politico-sociale. Nel linguaggio della muqāwama, la vittoria non è misurata in chilometri di territorio o nel numero di obiettivi distrutti, ma nella capacità di sopravvivere, resistere e imporre la propria agenda all’avversario. Dopo due anni, Hamas ha perso infrastrutture, uomini e risorse, ma ha guadagnato una posizione negoziale senza precedenti: nessuna pace, tregua o scambio è possibile senza la sua firma.

Due anni di guerra, due anni di resistenza

Dal punto di vista della muqāwama, la guerra di Gaza 2023–2025 rappresenta una fase di maturazione strategica.
Hamas e gli altri attori del “fronte della resistenza” — Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Iraq e Siria, i movimenti yemeniti — hanno osservato la capacità di tenuta della Striscia come un laboratorio di resistenza prolungata. Le operazioni militari, pur devastanti, sono state seguite da un ciclo narrativo e politico che ha rafforzato la percezione di Hamas come simbolo di resistenza pan-islamica.

In questo senso, la guerra di Gaza non è stata solo una battaglia territoriale, ma un capitolo nella storia ideologica e psicologica della resistenza. Hamas ha dimostrato che la sua struttura politico-sociale, radicata nelle comunità e nella logica del sacrificio, può sopravvivere anche al bombardamento totale. Israele, per parte sua, ha ottenuto successi tattici ma nessuna vittoria strategica.

Sharm el-Sheikh: tregua o transizione?

L’accordo di Sharm el-Sheikh, pur sostenuto dall’amministrazione Trump e accolto con prudenza dal governo israeliano, è un fragile punto di equilibrio. Potrebbe aprire tre scenari principali:

  1. Consolidamento negoziale: se la tregua reggerà e le fasi successive verranno implementate, potrebbe nascere un nuovo quadro di gestione internazionale di Gaza, con il coinvolgimento di Egitto, Qatar e Nazioni Unite.

  2. Accordo instabile: se le divergenze politiche interne israeliane o la pressione militare sul campo riemergeranno, la tregua rischia di crollare, ripetendo il ciclo “guerra-tregua-guerra”.

  3. Ritorno alla resistenza: se Hamas percepirà che il compromesso limita eccessivamente la sua legittimità politica, la muqāwama potrebbe rilanciarsi in nuove forme, meno convenzionali ma più diffuse.

In ogni caso, il segnale è inequivocabile: la strategia di isolamento totale di Hamas non ha funzionato. Il movimento resta il perno della politica palestinese, e qualsiasi tentativo di ridisegnare Gaza senza di esso appare irrealistico.

Un nuovo paradigma di conflitto

L’ultimo biennio ha ridefinito il paradigma del conflitto israelo-palestinese. Non più guerre-lampo o campagne punitive, ma guerre di logoramento politico e simbolico, in cui il controllo della narrazione vale quanto quello del territorio. Hamas ha compreso prima di altri che la sopravvivenza in condizioni estreme può essere presentata come una vittoria. Israele, pur dotato di superiorità militare, non è riuscito a tradurre la forza in un risultato politico definitivo.

In questa nuova logica, la muqāwama non è solo un metodo di guerra: è una dottrina di sopravvivenza nazionale e politica, che punta a prolungare il conflitto fino a renderlo insostenibile per l’avversario. Ed è proprio questo che, oggi, l’accordo di Sharm el-Sheikh sembra riconoscere implicitamente.

Epilogo provvisorio

L’accordo egiziano non chiude la guerra, ma ne sancisce la trasformazione. La pace non è ancora a portata di mano, ma la narrazione è cambiata. Per la prima volta dal 7 ottobre 2023, Israele non parla di “eliminazione” di Hamas, ma di “cessazione” e “negoziazione”. È una differenza semantica che racconta una realtà politica nuova: quella in cui la resistenza — la muqāwama — non è più un fenomeno da cancellare, ma una forza con cui fare i conti.

Paradossalmente, il risultato più duraturo della guerra di Gaza non è stato la distruzione del nemico, ma il suo consolidamento politico.
In Medio Oriente, come la storia insegna, è spesso la resistenza — non la vittoria — a dettare le condizioni della pace.


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