Per una riforma dell’ONU: rappresentanza proporzionale e superamento del veto

 




L’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), fondata nel 1945 sulle ceneri della Seconda guerra mondiale, ha rappresentato e rappresenta tuttora il principale foro internazionale per la gestione delle relazioni fra Stati, la promozione della pace e la cooperazione multilaterale. Tuttavia, dopo ottant’anni dalla sua istituzione, le regole che ne disciplinano la rappresentanza e il processo decisionale appaiono sempre più inadeguate rispetto alla realtà geopolitica e demografica del mondo contemporaneo.

Due elementi in particolare destano crescenti critiche: la regola dell’uguaglianza formale fra gli Stati membri nell’Assemblea generale, indipendentemente dalla loro popolazione, e l’istituto del veto attribuito alle cinque potenze permanenti del Consiglio di sicurezza (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito). Questi meccanismi, sebbene storicamente comprensibili, appaiono oggi come ostacoli a un funzionamento equo ed efficace dell’ONU.


L’Assemblea generale e il principio “uno Stato, un voto”

L’Assemblea generale dell’ONU, composta da 193 Stati membri, applica il principio dell’uguaglianza giuridica degli Stati, garantendo a ciascuno un voto indipendentemente dal numero degli abitanti, dalla superficie territoriale o dal peso economico. In questo modo, Paesi con poche centinaia di migliaia di cittadini – come ad esempio Islanda o Lussemburgo – dispongono dello stesso potere formale di Stati con centinaia di milioni o addirittura oltre un miliardo di abitanti, come l’India o la Cina.

Tale criterio riflette una logica interstatale che privilegia la sovranità nazionale, ma si traduce in una evidente sproporzione nella rappresentanza dei cittadini del mondo. Ne deriva una disparità che non trova riscontro in altre istituzioni sovranazionali, come il Parlamento europeo, dove la distribuzione dei seggi tiene parzialmente conto della popolazione degli Stati membri, pur salvaguardando i più piccoli con correttivi.

Un’ipotesi di riforma potrebbe consistere nell’introdurre un sistema di voto ponderato in Assemblea generale, che attribuisca maggiore peso agli Stati più popolosi, magari combinando criteri demografici, economici e di contributo effettivo al bilancio ONU. Ciò consentirebbe di rendere l’organo più rappresentativo delle reali proporzioni della comunità internazionale.


Il Consiglio di sicurezza e l’anacronismo del veto


Ancora più problematica è la composizione del Consiglio di sicurezza, che dispone del potere vincolante di adottare risoluzioni in materia di pace e sicurezza internazionale. I suoi cinque membri permanenti (P5) detengono il diritto di veto, cioè la possibilità di bloccare qualsiasi decisione, anche se approvata a larghissima maggioranza dagli altri Stati.

Questo meccanismo riflette il contesto storico del 1945, quando le potenze vincitrici della guerra erano considerate garanti indispensabili di stabilità. Tuttavia, nel tempo, l’uso frequente e spesso strumentale del veto ha paralizzato l’azione del Consiglio su questioni cruciali, dal conflitto in Siria alla guerra in Ucraina e alla crisi di Gaza, minando la credibilità dell’ONU e lasciando spazio a interventi unilaterali o a coalizioni informali.

Una riforma auspicabile dovrebbe prevedere almeno una limitazione del veto, ad esempio escludendone l’uso nei casi di gravi violazioni dei diritti umani o di aggressioni armate manifeste. Una prospettiva più ambiziosa consisterebbe nell’abolizione completa di questo privilegio, sostituendo il meccanismo decisionale con una maggioranza qualificata più ampia che garantisca il consenso delle principali aree geopolitiche del pianeta.


Le resistenze e la necessità del cambiamento


Naturalmente, ogni riforma dell’ONU incontra enormi difficoltà: modificare la Carta delle Nazioni Unite richiede il consenso dei membri permanenti stessi, che difficilmente rinuncerebbero a un potere consolidato come il veto. Inoltre, i piccoli Stati temono di perdere peso politico qualora la rappresentanza venisse parametrata alla popolazione.

Eppure, la legittimità e l’efficacia dell’ONU dipendono dalla sua capacità di riflettere la realtà del XXI secolo: un mondo multipolare, interconnesso e segnato da sfide globali (cambiamento climatico, migrazioni, pandemie, disuguaglianze) che richiedono decisioni rapide, condivise e rappresentative.

Conclusione


L’ONU non può restare ancorata a meccanismi istituzionali nati in un contesto storico ormai tramontato. Un riequilibrio della rappresentanza in Assemblea generale e un superamento del diritto di veto nel Consiglio di sicurezza sono passi necessari per rafforzarne la legittimità, renderla più democratica e capace di rispondere alle sfide globali.

Senza una riforma, il rischio è che l’ONU perda progressivamente rilevanza, lasciando spazio a soluzioni frammentarie, regionali o unilaterali, con conseguenze potenzialmente destabilizzanti per l’ordine internazionale.


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