Le riforme del Doi Moi in Vietnam e i risultati raggiunti
Il Vietnam rappresenta uno dei casi più emblematici di trasformazione economica e sociale avvenuta nella seconda metà del XX secolo. Dopo la fine della guerra (1975) e la riunificazione sotto il Partito Comunista, il Paese intraprese un percorso complesso di ricostruzione in un contesto caratterizzato da isolamento internazionale, gravi difficoltà economiche e scarsità di risorse.
Fu in questo scenario che, nel 1986, durante il VI Congresso del Partito Comunista del Vietnam, venne lanciata la politica del Doi Moi (letteralmente “rinnovamento”). Questa riforma si configurò come un processo di graduale apertura all’economia di mercato, pur mantenendo la direzione politica del Partito Comunista. Il modello fu simile, per certi versi, alle riforme cinesi di Deng Xiaoping, ma con caratteristiche proprie legate al contesto storico e sociale vietnamita.
La vittoria sul Vietnam del Sud (1975) segnò l’unificazione del Paese sotto un sistema socialista centralizzato. Il governo adottò un’economia pianificata sul modello sovietico, con collettivizzazione agricola, nazionalizzazione delle industrie e controllo statale del commercio. Tuttavia, questo modello si rivelò presto inefficiente: la produttività agricola rimase bassissima, con frequenti carestie; le industrie statali erano poco competitive; e l’isolamento politico aggravò la situazione.
Alla metà degli anni ’80 il Vietnam viveva una grave crisi economica: inflazione al 700%, scarsità di beni di consumo, debito estero elevato, crescita stagnante.
La dirigenza vietnamita comprese la necessità di riformare il sistema. La morte di Lê Duẩn (1986), leader intransigente, aprì la strada a nuove leadership, più pragmatiche, come quella di Nguyen Van Linh.
Il settore agricolo fu il primo ad essere liberalizzato con lo smantellamento delle comuni agricole collettivizzate e l’introduzione del “Contratto 10” (Khoán 10, 1988), che restituiva ai contadini il controllo diretto delle terre, pur mantenendo la proprietà statale. I surplus potevano essere venduti sul mercato libero. Queste riforme portarono rapidamente a un forte aumento della produttività a una riduzione del controllo statale sui prezzi e all’ apertura dei mercati alle imprese private nazionali. Alle imprese di Stato venne data una maggiore autonomia gestionale e, sebbene gradualmente, i mercati vennero aperti agli investimenti stranieri (Legge sugli Investimenti Esteri, 1987).
Sul piano internazionale, vennero normalizzate le relazioni con la Cina (1991) e con gli Stati Uniti (1995) e nel 1995 il Vietnam aderì all’ASEAN mentre nel 2007 entrò a far parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. (1995).
Furono inoltre fatte alcune riforme fiscali e bancarie per contenere l’inflazione che condussero alla creazione di istituzioni finanziarie più solide e all’ introduzione di misure tese ad attrarre capitali e a stabilizzare la moneta.
Dal 1990 al 2020 il Vietnam ha registrato una crescita media annua del PIL intorno al 6-7%, trasformandosi da uno dei Paesi più poveri del mondo in un’economia emergente.
Grazie al Doi Moi, il Vietnam è passato da importatore cronico di riso a secondo esportatore mondiale. Questo ha garantito autosufficienza alimentare e nuove fonti di reddito.
La forte crescita del settore manifatturiero (elettronica, tessile, calzature) ha attratto sempre più investimenti esteri diretti che sono diventati uno dei pilastri dello sviluppo. Il Vietnam è oggi parte integrante delle catene globali di produzione.
Secondo la Banca Mondiale, infine, il tasso di povertà nel paese è passato dal 70% (anni ’80) a meno del 5% (2020).
Sotto il profilo sociale l’aspettativa di vita è cresciuta notevolmente ed oggi è di oltre 73 anni grazie principalmente al maggiore accesso all’istruzione e ai servizi sanitari, specie presso la classe media urbana, anche se persistono ancora divari tra città e campagne, disuguaglianze tra nord e sud del Paese, e problemi di corruzione e inefficienza nella gestione pubblica.
Nonostante le riforme economiche, il Partito Comunista ha mantenuto il monopolio politico, rafforzando un modello definito “economia di mercato a orientamento socialista”.
Il Doi Moi ha rappresentato una svolta epocale nella storia del Vietnam. Partito da una situazione di estrema difficoltà, il Paese è riuscito, in meno di quarant’anni, a trasformarsi in una delle economie più dinamiche dell’Asia, migliorando sensibilmente le condizioni di vita della popolazione.
Tuttavia, il Vietnam resta dipendente dagli investimenti esteri e dal commercio internazionale. La produttività in alcuni settori è bassa rispetto agli standard globali. Il Paese è vulnerabile ai cambiamenti climatici (il delta del Mekong è a rischio) e necessita di riforme istituzionali per garantire maggiore trasparenza e lotta alla corruzione.
La sfida per il futuro è pertanto duplice: consolidare i risultati raggiunti garantendo uno sviluppo sostenibile e inclusivo, e affrontare le richieste di modernizzazione istituzionale e sociale.
Il Vietnam, con il suo percorso di “rinnovamento”, mostra come un Paese possa combinare riforme economiche pragmatiche con la stabilità politica, pur lasciando aperto il dibattito sul grado di libertà e democrazia che accompagneranno il suo sviluppo nel XXI secolo.

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