La resistenza armata e la sua delegittimazione: tra “terrorismo” e lotta di liberazione


  





Introduzione

La storia delle occupazioni straniere e dei movimenti di resistenza armata che ne sono scaturiti rivela un costante conflitto non soltanto sul piano militare, ma anche su quello semantico, politico e morale. In numerosi contesti storici, i popoli che si sono ribellati all’oppressore hanno visto la propria lotta qualificata non come resistenza legittima, ma come “banditismo”, “criminalità” o “terrorismo”. Tale dinamica discorsiva rispondeva a un preciso interesse politico: privare la resistenza della sua legittimità morale e giuridica, in modo da isolarla sia sul piano interno che su quello internazionale. Di seguito saranno ricordate alcune esperienze storiche, dall’età moderna al Novecento, per mostrare come e perché la resistenza armata sia stata sistematicamente delegittimata dalle potenze occupanti.

1. L’eredità del colonialismo e la costruzione del “bandito”

Già in età moderna, con le conquiste coloniali europee in Asia, Africa e Americhe, i popoli sottomessi che tentavano di resistere venivano descritti attraverso categorie denigratorie. Gli spagnoli in America Latina parlavano di indios rebeldes per indicare le popolazioni che si opponevano alla conquista; tali gruppi venivano presentati come selvaggi incapaci di comprendere la “civiltà” portata dall’Europa. La retorica coloniale trasfigurava quindi la resistenza in barbarie, giustificando l’uso della forza.
Nel XIX secolo, con l’espansione coloniale europea in Africa, questo schema si consolidò: le rivolte contro il dominio francese in Algeria (come quella di Abd al-Qadir negli anni 1830–40) furono bollate come “insurrezioni di fanatici religiosi”, mentre il potere coloniale si presentava come portatore di progresso e ordine. In realtà, Abd al-Qadir cercò di costruire uno Stato indipendente, fondato sulla religione islamica ma aperto a rapporti diplomatici internazionali. La sua figura divenne simbolo della resistenza anticoloniale, ma agli occhi dei francesi era un ribelle criminale da eliminare.

2. L’esperienza europea delle occupazioni: dai “banditi” ai partigiani

Il meccanismo di delegittimazione non fu limitato alle colonie: anche in Europa, durante le occupazioni straniere, la resistenza fu spesso definita come criminale. Durante le guerre napoleoniche, i gruppi di guerriglieri spagnoli che combattevano l’esercito francese vennero chiamati “banditi” (guerrilleros deriva proprio da “piccola guerra”) e trattati alla stregua di briganti, benché difendessero il proprio territorio dall’occupante.
Un secolo dopo, durante la Seconda guerra mondiale, i movimenti partigiani in Europa furono oggetto della stessa etichetta. I nazisti consideravano i resistenti francesi, jugoslavi, polacchi o italiani come “banditi” (Bandenbekämpfung era il termine tecnico usato dalla Wehrmacht per la “lotta alle bande”). La criminalizzazione permetteva di negare loro lo status di combattenti legittimi, evitando così di applicare le convenzioni di Ginevra sui prigionieri di guerra. La stessa repressione nazista si giustificava con l’idea che i partigiani fossero fuorilegge, e non rappresentanti di una nazione oppressa.

3. La stagione della decolonizzazione: tra terrorismo e liberazione

Dopo il 1945, l’ondata di decolonizzazione mise nuovamente al centro la questione del linguaggio politico e giuridico. In Algeria, il Front de Libération Nationale (FLN), che combatteva contro il dominio francese, fu definito da Parigi come un’organizzazione terroristica. Le violenze del FLN – attentati, imboscate, assassinii politici – furono presentate come prova della sua natura criminale, senza riconoscere il contesto di oppressione coloniale. Eppure, il conflitto algerino si concluse con l’indipendenza (1962), e il FLN divenne il partito guida dello Stato sovrano.
Analoghe dinamiche si verificarono in Kenya con i Mau Mau, dipinti dalla propaganda britannica come selvaggi sanguinari. Solo decenni più tardi, la storiografia ha riconosciuto che il movimento fu una reazione all’espropriazione delle terre e all’apartheid coloniale.
Anche in Palestina, dopo il 1948 e soprattutto dopo il 1967, la resistenza contro Israele è stata in gran parte descritta attraverso la categoria del “terrorismo”. Mentre i palestinesi rivendicavano la lotta come resistenza a un’occupazione militare e agli insediamenti, Israele e i suoi alleati hanno insistito sulla delegittimazione, escludendo la possibilità di riconoscere lo status di movimento di liberazione nazionale. Questo mostra come la lotta semantica continui a essere parte integrante dei conflitti moderni.

4. Il nodo giuridico e politico: chi definisce il terrorismo?

Alla base di queste dinamiche sta un nodo giuridico irrisolto: la definizione di “terrorismo”. Non esiste, ancora oggi, una definizione universalmente accettata nelle sedi internazionali. Le potenze occupanti hanno storicamente usato il termine per qualificare ogni forma di resistenza violenta, mentre i movimenti di liberazione si sono appellati al diritto all’autodeterminazione dei popoli, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite (art. 1, par. 2) e dalle risoluzioni dell’Assemblea Generale negli anni Sessanta e Settanta.
Il problema centrale è che la forza militare e la superiorità tecnologica consentono all’occupante di definire la cornice narrativa. Un piccolo gruppo di resistenti, privo di mezzi convenzionali, non può affrontare eserciti regolari se non attraverso la guerriglia o attentati mirati; proprio queste forme di lotta, però, vengono stigmatizzate come “terroristiche”, mentre i bombardamenti aerei delle potenze occupanti vengono legittimati come “operazioni militari”.

5. Conclusione: resistenza e memoria storica

La storia mostra chiaramente che i movimenti di resistenza armata, nei contesti di occupazione, sono stati sistematicamente delegittimati con etichette di criminalità o terrorismo. Tale pratica rispondeva all’esigenza politica di isolare i resistenti, giustificare la repressione e negare loro lo status di attori legittimi. Tuttavia, il passare del tempo ha spesso rovesciato la prospettiva: i “banditi” spagnoli sono oggi ricordati come eroi nazionali, i partigiani europei sono celebrati come liberatori, il FLN è divenuto il simbolo dell’indipendenza algerina.
Questa ambivalenza invita a riflettere sul ruolo della memoria e del linguaggio nella storia dei conflitti: ciò che ieri era “terrorismo”, domani può essere riconosciuto come resistenza legittima. La linea di demarcazione non è data da principi universali, ma dal potere di imporre una narrazione.

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